Priscilla Cafaggi

Apoc Dreams

[2024] Publication.
Pensieri e immagini tra memorie digitali e residui antimoda.

Da capitolo 1 “Dark times are over?” - Città di vetro

In Psicopolitica, Byung-chul Han critica l’effetto della digitalizzazione sulla nostra vita, sottolineando come la tecnologia abbia trasformato gli individui in prodotti da consumare e promosso una società di sorveglianza e auto-sfruttamento. Han sostiene che la digitalizzazione non migliora, ma deteriora la qualità della vita, creando individui iperconnessi, ma profondamente alienati. La riflessione critica di Han offre uno spunto per considerare come la nostra interazione con la tecnologia possa influenzare negativamente la nostra identità e il nostro benessere, spingendo verso una visione più consapevole e critica del futuro.

Nella condizione odierna, in cui i confini tra l’essere naturale e il divenire tecnologico sfumano, il concetto di città muta in qualcosa di diverso rispetto al passato. Se da un lato possiamo ancora parlare di città da un punto di vista geografico, di confini e urbanistica, dall’altro, emergono nuove dimensioni di luoghi digitali e virtuali che ridefiniscono l’esperienza dello spazio.

La città fisica migra nelle soglie: spazi intermedi tra la realtà e l’immaginario, in cui il digitale diventa una forma di rifugio e di espressione per gli individui.

Questi spazi immaginativi, mediati dalla tecnologia, non sono solo luoghi virtuali di svago o comunicazione, ma incarnano anche il nostro bisogno collettivo di costruire una nuova forma di socialità, che si sottrae alla fisicità della vita urbana per immergersi in ambienti più fluidi e mutevoli.

Da capitolo 1 “Dark times are over?” - Diari

Così la scrittura diaristica del passato ri-emerge come un mezzo di grande valore per esplorare e riconciliare le tensioni interne e le aspettative esterne, cercando un’autenticità e un significato in un mondo che corre e si dilata in mille rivoli. La crisi dell’identità, lungi dall’essere una condizione passiva, può diventare uno spazio di potenziale creatività e rinnovamento. Il diario rappresenta una forma di resistenza contro l’annullamento dell’individuo, permettendo di raccogliere e riflettere sui frammenti del proprio modo di essere in un mondo che tende solo a frammentare e consumare. La scrittura intima si configura così come uno strumento per affrontare e dare forma alle crisi personali, riflettendo le tensioni e le rotture più ampie che caratterizzano la nostra esperienza sociale e culturale.

“Mi sento come se fossi una somma di personalità diverse, tutte coesistenti e combattenti tra loro. C’è la parte di me che desidera conformarsi e aderire alle norme, e c’è quella che si ribella e cerca qualcosa di più profondo e autentico.”

Questo processo di scrittura diaristica, per quanto tormentato da paure, memorie, dubbi e incertezze, può trasformarsi in un percorso di progressiva purificazione, affrontando la frammentazione della realtà e dell’esperienza umana. Questo concetto si riflette nella vita quotidiana come un quadro frantumato di momenti perduti, spezzati o vissuti troppo velocemente, in cui non esiste una narrazione unificante. Il tentativo di comporre il mosaico della vita si rivela parallelo al tentativo di costruire un’identità stabile in un mondo che privilegia il pluralismo e la molteplicità. La scrittura diaristica, dunque, diventa un atto di resistenza e di ricerca, una pratica di rallentamento che consente di riflettere e riordinare i frammenti della propria esistenza.

Da capitolo 1 “Dark times are over?” - Il crollo di Internet

Nel suo saggio del 1964 Apocalittici e Integrati, Umberto Eco definisce due categorie di intellettuali che riflettono su come le comunicazioni di massa influenzino la società: gli “integrati”, che vedono nelle nuove tecnologie una promessa di democratizzazione e progresso e gli “apocalittici”, che ne evidenziano gli effetti distruttivi, tra cui l’omologazione culturale e la mercificazione del pensiero. Pier Paolo Pasolini rientra pienamente in quest’ultima categoria, sviluppando una critica feroce verso il potere alienante dei media e le dinamiche capitalistiche che ne derivano. La televisione, per Pasolini, era un mezzo che, lungi dal democratizzare l’informazione, consolidava un rapporto verticale di potere, riducendo il pubblico a un ruolo passivo e ‘inferiore’, esposto a un bombardamento di messaggi che spogliavano l’individuo della propria autonomia critica. Pasolini ribadisce questo concetto durante un’intervista con Enzo Biagi nel 1971, nella quale afferma di aver perso ogni speranza nella rivoluzione e nel cambiamento, pur continuando a lottare contro le ingiustizie del presente.

EB: “Lei ha scritto: “Sul piano esistenziale io sono contestatore globale. La mia sfiducia in tutte le sue certezze storiche mi porta a una forma di anarchia apocalittica…”, che mondo sogna?

PPP: Per un certo tempo, da ragazzo, ho creduto nella rivoluzione come credono i ragazzi, ma adesso comincio a crederci un po’ di meno. Sono in questo momento apocalittico. Vedo di fronte a me un mondo doloroso e sempre più brutto. Non ho speranze. Quindi non vi disegno nemmeno un mondo futuro.

EB: Quindi non si pone come un precursore della contestazione?

PPP: Questo è oggettivamente vero, insomma. La borghesia trionfante, in quanto borghesia capitalistica e i consumi sono la vera rivoluzione della borghesia. Il destino dell’uomo è quello di essere un consumista. La rivoluzione industriale, in un certo senso, livella tutto il mondo.

EB: Lei si batte contro l’ipocrisia, sempre, quali sono i tabù che vuole distruggere? Lo sfuggire alle realtà più crude? La mancanza di sincerità nei rapporti sociali?

PPP: (sospira). Questo l’ho detto fino a dieci anni fa, adesso non dico più queste cose perché non ci credo. La parola speranza è completamente cancellata dal mio vocabolario. Continuo a lottare per verità parziali momento per momento. Ora per ora. Mese per mese. Ma non mi pongo programmi a lunga scadenza perché non ci credo più.

EB: Lei non ha speranze?

PPP: No vivo giorno per giorno. Non ho più speranze. Le speranze sono alibi”.

L’apocalitticità di Pasolini non è sinonimo di passività, ma riflette un senso di inevitabilità nei confronti del disfacimento culturale. Egli denuncia il “genocidio culturale” causato dalla società dei consumi, che, attraverso i mass media, ha distrutto la diversità delle culture popolari e ha trasformato l’individuo in un consumatore alienato, privo di radici storiche e identità, che vaga all’interno di luoghi intossicati da stimoli digitali, che soffocano la sua connessione con la realtà fisica. Oggi Pasolini probabilmente vedrebbe in Internet un’estensione ancora più pericolosa della televisione. E mentre quest’ultima aveva già livellato le differenze culturali, internet ha portato la mercificazione a un livello ancora più profondo, inserendo l’individuo in un sistema di sorveglianza permanente, in cui il comportamento e i gusti vengono costantemente monitorati e manipolati. In questo senso, Pasolini avrebbe percepito internet, non come una fonte di liberazione, ma come uno strumento di controllo che favorisce l’omologazione e la perdita di consapevolezza critica. Questa critica potrebbe risuonare con le riflessioni del filosofo Jonathan Crary, il quale nel suo libro 24/7: Late Capitalism and the Ends of Sleep denuncia la “tirannia della connettività” e lo sfruttamento ininterrotto del tempo umano da parte del capitalismo digitale. Crary sostiene che internet, lungi dall’essere uno spazio di libertà, sta trasformando la nostra esperienza del tempo e della vita in una dimensione di lavoro e consumo continuo, esaurendo ogni possibilità di riposo, riflessione e disconnessione.

Pasolini, nella sua denuncia della televisione come mezzo di omologazione culturale, sosteneva che essa instaurava un rapporto verticistico, dove chi trasmette si trova in una posizione di potere rispetto a chi riceve, favorendo la standardizzazione delle opinioni e dei comportamenti. Nel caso di internet, questa dinamicità si sarebbe intensificata: i cosiddetti “algoritmi” e le piattaforme di social media non solo impongono una narrazione dominante, ma manipolano attivamente le preferenze individuali, creando un’illusione di scelta e libertà che nasconde un controllo invisibile, ma pervasivo. Inoltre, il pensiero pasoliniano potrebbe essere messo in relazione con le riflessioni di Hartmut Rosa, il sociologo tedesco che, nel suo lavoro sull’accelerazione sociale, mette in luce come il progresso tecnologico non porti necessariamente a una maggiore libertà o autonomia, ma piuttosto a una compressione del tempo e dello spazio che priva l’individuo della capacità di stabilire relazioni autentiche con il mondo. Rosa sostiene che l’accelerazione dei ritmi di vita, accentuata dall’iperconnessione digitale, porta a un’esperienza del mondo inautentica, in cui l’individuo perde il contatto con la realtà e si trova intrappolato in una continua corsa verso il consumo e la prestazione. Pasolini avrebbe probabilmente condiviso questa visione, vedendo nell’accelerazione imposta dai media digitali un ulteriore passo verso la distruzione dell’identità individuale e collettiva.

Da capitolo 3 “I love your sad tenderness” - Realtà indisciplinate

Mark Fisher, nel suo libro Spettri della mia vita. Scritti su depressione, hauntologia e futuri perduti, esplora come la nostalgia funzioni in relazione allo ‘spazio immaginativo’, permettendoci di sfuggire alla stagnazione del presente e di riconnetterci con un passato che, sebbene distante, offre spunti per una rinnovata creatività e comprensione. Fisher sostiene che senza la nostalgia non possiamo immaginare e senza immaginazione non possiamo essere. Quindi, fantasticare in un loop di aspirazioni e sogni diventa essenziale per ricostruire la nostra relazione con il mondo. Questo punto di vista è simile a quello del filosofo Gaston Bachelard, che in La Poetica dello Spazio considera il sogno e la nostalgia come elementi che ci permettono di trascendere le limitazioni della realtà quotidiana e di esplorare spazi interiori fondamentali per la nostra esistenza e creatività.

L’immaginazione ha un rapporto complesso con la memoria. I ricordi, spesso offuscati e parziali, rendono l’atto di “essere nel mondo”, una sfida. La memoria sfocata spinge a creare finzioni per ricostruire il passato, generando una tensione tra il desiderio di ricordare e la necessità di inventare. In questa intersezione tra memoria e immaginazione, la nostalgia gioca un ruolo cruciale. Quando il passato si dissolve nella dimenticanza, la nostalgia emerge come chiave per l’immaginazione, permettendo di esplorare una dimensione creativa che può risultare più soddisfacente e autentica.

Per vivere pienamente nel presente, è essenziale coltivare un’esigenza di creatività che si fonda sulle immagini e sugli elementi del passato che ci sono cari. Creare uno spazio del nostro immaginario che filtri ciò che è superfluo e distante dalle nostre reali affinità può aiutare a trovare una connessione significativa con il presente. I ricordi selezionati, che ci offrono beneficio e ispirazione, possono fungere da punto di partenza per una creatività genuina, evitando di essere travolti da immagini estranee e distrattive.

Da capitolo 4 “Stanze”

Del sogno mi affascina il momento del risveglio, quel fugace secondo che ci sussurra di essere al confine. I sogni, d’altronde, sono storie sospese, narrate sul punto di morire. Ciò che ne rimane è l’inquietudine di un attimo mai vissuto, di un volto intravisto, di un eco persistente che continua a sedurmi.

Non esiste un concetto predefinito di corpo; è in continua evoluzione, proprio come lo siamo noi. La nostra entità corporale, con i suoi limiti, ricordi ed esperienze, si compone e si ricompone come un puzzle, abbracciando la complessità della nostra fragilità interiore e la pluralità del nostro io, senza però mai trovare quel pezzo mancante che ci completa. Accettiamo che il disordine e l’incompletezza siano parte integrante della nostra natura.

[Conversazione tra Zygmunt Bauman e Benedetto Vecchi in “Identità-Puzzle” - Intervista sull’identità, 2012]

BV: “Con la globalizzazione, l’identità è diventata una questione scottante. Tutti i punti di riferimento sono cancellati, le biografie diventano puzzle dalle soluzioni difficili e mutevoli. Il problema, tuttavia, non sono singoli pezzi del mosaico, ma la maniera in cui si incastrano l’uno con l’altro. Qual è la Sua opinione?

ZB. Temo che la Sua allegoria del puzzle sia solo parzialmente illuminante. È vero, si compone la propria identità (o le proprie identità?) come si compone un disegno partendo dai pezzi di un puzzle, ma la biografia può essere paragonata solamente a un puzzle difettoso, in cui mancano alcuni pezzi (e non si può mai sapere esattamente quanti). Un puzzle comprato in negozio è tutto contenuto in una scatola, ha l’immagine finale già chiaramente stampata sul coperchio e la garanzia, con promessa di rimborso in caso contrario, che tutti i pezzi necessari per riprodurre quell’immagine si trovano all’interno della scatola e che con questi pezzi si può formare quell’immagine e quella soltanto; ciò permette di consultare l’immagine riprodotta sul coperchio dopo ogni mossa per assicurarsi di essere effettivamente sulla strada giusta (l’unica strada corretta) verso la destinazione già nota, e quanto lavoro rimane da fare per raggiungerla. Nessuna di queste agevolazioni è disponibile nel momento in cui componi la tua identità… E’ vero, sul tavolo sono a disposizione tanti piccoli pezzi che speri di poter incastrare l’uno con l’altro fino a ottenere un insieme dotato di senso, ma l’immagine che dovrebbe emergere al termine del lavoro non è fornita in anticipo, e pertanto non puoi sapere per certo se possiedi tutti i pezzi necessari per comporla, se i pezzi scelti fra quelli sparsi sul tavolo siano quelli giusti, se li hai messi al posto giusto e se servono a comporre il disegno finale… Fai esperimenti con ciò che hai.”

Teatro del caos e dell’ordine. È qui che ho lasciato cadere tutti gli attimi sparsi della memoria. Il pavimento di una stanza racconta sempre qualcosa: restituisce l’immagine di una fragile perfezione o del silenzioso abbandono a un delicato disordine. È nel caos che trovo una forma di equilibrio, un ordine invisibile che solo io posso comprendere. Esso è luogo di contatto e trasformazione costante, su cui si muove e si plasma la vita. È un territorio segreto: sotto di esso pulsa un mondo nascosto, fatto di strati di tempo e memorie sepolte.

[Conversazione tra Julie e Jean in La Signorina Julie di A. Strindberg, 1888]

J.: “Ma lo sa che lei è strana!

S.J: Forse! Ma anche lei lo è!… E poi, tutto è strano del resto! La vita, le persone, tutto quanto è una gran chiazza melmosa che se ne va, via, galleggia alla deriva, e poi affonda, affonda! Mi viene in mente un sogno, che ogni tanto ritorna. Sto appollaiata in cima a una colonna e non vedo il modo di scender giù; se guardo in basso la testa mi gira, bisogna che scenda ma non ne ho il coraggio; non riesco a tenermi e vorrei tanto cadere; però non cado. Così non ho pace finché non ce la farò a scendere, non c’è riposo se non scendo giù, giù sul terreno! E se ci arrivassi vorrei entrarci dentro tutta quanta... Ha mai sentito niente di simile?”

Che cosa racconti? Che hai visto di lei se non il suo corpo? E allora le racconti il suo corpo. La tua non è una relazione precisa. Descrivi il suo volto, il suo sorriso, la curva del seno, l’incavo dell’addome, il movimento nervoso delle sue gambe. Parli anche di bellezza. Nel tuo discorso ci sono lacune di cui ti accorgi con disagio. Troppe cose sono taciute nel tuo racconto. Ormai percepisci soltanto il rumore del tuo respiro sotto il suono delle parole che pronunci, di cui stai perdendo il senso e che assomigliano sempre di più a un sordo mormorio o a una lenta cantilena, quella con cui si acquietano i bambini. E avverti un battito sordo dietro gli occhi. Qualcosa che assomiglia al dolore. E lei? Lei ora ascolta con gli occhi chiusi e una piccola smorfia che le piega le labbra in una sorta di sorriso. Si sente raccontare. Si riconosce in quelle parole? Ti interroghi.